Donne dei clan in crisi: le mogli dei boss diventano badanti
Nel contesto di casal di principe, emergono elementi che raccontano un cambiamento profondo nel clan dei Casalesi: da una struttura capace di generare ricavi miliardari a una gestione interna delle risorse che resta segnata da difficoltà e tensioni familiari. Le ultime indagini della Dda e le intercettazioni ambientali descrivono una realtà in cui il sostegno alle persone detenute ricopre un ruolo centrale, ma con margini operativi stretti e logistica faticosa, accompagnati da una certa disillusione tra i membri della famiglia.
casalesi: gestione economica e dinamiche familiari
Le testimonianze raccolte descrivono una rete in cui le mogli dei detenuti svolgono funzioni di supporto domestico, mentre i rampolli della famiglia mostrano comportamenti che evidenziano una consumazione delle risorse. Mentre i capi storici restano nel regime del 41-bis, all’esterno altri membri della cerchia devono rimboccarsi le maniche per far fronte alle spese quotidiane, con i pochi fondi rimanenti impiegati anche per beni di lusso, a scapito dei familiari detenuti.
Nelle intercettazioni registrate nell’abitazione di Pasquale Apicella e di sua moglie Mariapia, emerge una situazione di sostentamento che punta a garantire liquidità tramite attività diverse: la moglie lavora come badante per un’anziana per tirare avanti, un contesto che stride con lo stile di vita dei giovani della famiglia. Pasquale riferisce di dover rinunciare al pane quotidiano per inviare q uote ai cognati detenuti, Salvatore e Vincenzo Cantiello.
La dinamica interna si riflette anche nel giudizio espresso all’interno del nucleo: la gestione dei soldi diventa un tema di discrezione e controllo. Apicella ammette la necessità di mediare tra creditori di Marcianise e Milano per recuperare denaro, non senza timori: l’attenzione delle autorità potrebbe intensificarsi se i vaglia inviati dalla moglie venissero segnalati. In risposta, la strategia adottata è quella di frazionare i pagamenti: “ho preso mille euro e li ho conservati… li mando un poco alla volta”.
La tensione interna è palpabile: Mariapia non esita a criticare i fratelli detenuti e il nipote Antonio, descrivendoli come portatori di guai e responsabili di aver consumato i fondi, mentre Pasquale sottolinea l’ostentazione di beni da parte dei giovani. L’esito di questa gestione si rispecchia nello sforzo di evitare che le risorse vengano sprecate o attirino l’attenzione degli inquirenti, con particolare riguardo all’uso di denaro destinato ai familiari in detenzione e ai rapporti con altri affiliati.
La descrizione fornita dalle registrazioni evidenzia inoltre una gestione rialzatasi su una logistica piuttosto farraginosa: il denaro destinato ai detenuti non è distribuito direttamente ai giovani, ma mediato attraverso canali che consentano un controllo più posto sulle uscite, con l’obiettivo di preservare le risorse comuni in un contesto di crescente attenzione investigativa.
Nel quadro delle dinamiche interne, emergono riferimenti agli affiliati esterni e ai parenti di Augusto Bianco, che ricevono giudizi severi tali da riflettere una diffusa critica interna alla comunità criminale riguardo ai comportamenti percepiti come deviazionisti o dissacranti verso la disciplina del gruppo.
In sintesi, la trasformazione del patrimonio o di parte del patrimonio dei Casalesi sembra accompagnata da una gestione oculata delle risorse, da una delega di responsabilità alle componenti familiari e da una critica interna che evidenzia tensioni tra la volontà di mantenere l’apparato economico e la necessità di contenere i rischi associati alle attività illecite e al controllo delle entrate.
Nominativi emersi dalle intercettazioni e dall’analisi delle dinamiche interne:
- Pasquale Apicella
- Mariapia Apicella
- Salvatore Cantiello
- Vincenzo Cantiello
- Antonio (nipote)
- Augusto Bianco
